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  martedì 18 giugno 2013 ultimo aggiornamento: 18/6/2013 ore 5:38  
Il consigliere del Policlinico interviene dopo lo strumentale attacco subito dal presidente della Fondazione, Alessandro Moneta, sul quotidiano locale

SAN MATTEO, FILIPPI: PAVIA NON PUO' GUARDARE SEMPRE AL PASSATO
Alessandro Moneta, presidente della Fondazione San Matteo, dovrà armarsi di pazienza: le novità epocali non sono mai piaciute a Pavia e ai pavesi
Alessandro Moneta, presidente della Fondazione San Matteo, dovrà armarsi di pazienza: le novità epocali non sono mai piaciute a Pavia e ai pavesi

Riceviamo dal Dr. Ettore Filippi Filippi, nella sua qualità di Consigliere del Policlinico San Matteo, una «Lettera al Direttore» che interviene su un commento di un fondo, a firma del suo direttore, pubblicato dal quotidiano locale. Per correttezza e per dare al lettore tutti gli elementi che gli permettano di valutare i relativi contenuti riportiamo anche i pezzi originali che hanno dato origine all'intervento del dr. Filippi.

 
Egregio direttore,
considerata la mancanza di spazi per i miei interventi riservatami sul quotidiano locale ed avendo letto con attenzione il fondo che il direttore Fiorani ha ritenuto di dedicare all’Irccs Policlinico Matteo (che la gentile direttrice continua a considerare solo un ospedale!), dando una sua tutta personale interpretazione all’intervista che la sua giornalista ha chiesto ed ottenuto dal Presidente Alessandro Moneta, nella mia qualità di Consigliere dell’Ente, che mi vede corresponsabile delle scelte, ritengo opportuno inviarle una nota di commento che, considerata la minima importanza dello spazio sul web, è indubbiamente articolata.
 
Il San Matteo rappresenta la prima azienda della provincia di Pavia con i suoi più di 3.500 addetti, che sta portando a termine una ristrutturazione senza precedenti tra infinite difficoltà frutto di una passata gestione che ha lasciato un pesante segno negativo in tema di oculata conduzione finanziaria, procedure, rapporti sindacali improntati alla più smaccata cogestione, ecc. ecc. Se all’inizio si poteva pensare ad un regolamento di conti politico tra Azzaretti ed il Pdl, segnatamente Formigoni ed Abelli, le ispezioni ministeriali, le successive decisioni, le sentenze già emesse ed i procedimenti in itinere da parte della Corte dei Conti hanno reso evidente che le contestazioni che il Cda aveva mosso al Direttore Generale e che avevano portato alla interruzione del rapporto di lavoro non erano pretestuose o malevoli, ma fondate su elementi di fatto riscontrati successivamente dagli organi della magistratura contabile.
 
Non voglio ricordare, in questa sede, che in tutta la vicenda il quotidiano locale è sempre stato schierato dalla parte di Azzaretti, senza mai porsi, come sta facendo meritevolmente (?) adesso dalla parte della «città che si interroga». I tre Cda che si sono succeduti dalla istituzione della Fondazione (ne parlo con ragione di causa essendo l’unico presente fin dall’inizio) si sono sempre trovati alle prese con un’opera mastodontica fin dall’inizio sotto finanziata e soggetta, per una progettazione definitiva da dilettanti allo sbaraglio, con primari mai consultati, cambiamenti continui in corsa, una azienda appaltatrice legata da rapporti che le attuali indagini baresi hanno permesso di ritenere almeno opachi e che spiegherebbero una serie di inconvenienti verificatisi nel corso degli anni, di costi lievitati, ecc. ecc., così che si deve solo all’impegno di Tremonti e Formigoni ed al loro legame con Pavia se si è riusciti ad arrivare in fondo (perchè almeno questo è ormai certo!).
 
Il trasferimento delle attività sanitarie al Dea è, però, solo l’inizio di una rivalutazione complessiva della struttura e della sua funzionalità, che dovrà, peraltro, dimostrarsi all’altezza dell’impegno che ha, a sua volta, preso l’Università di trasformare l’intero complesso del vecchio San Matteo in uno dei più importanti campus universitari europei, all’interno di un quadro complessivo comprendente Mondino, Maugeri e gruppo Rotelli (che è ormai il più importante gruppo privato italiano operante nella sanità, come dimostrato dalla acquisizione del San Raffaele!). Non è, quindi, un caso che Formigoni abbia cambiato la definizione di Pavia «Cittadella della salute» in Pavia «Capitale della salute»!
 
L’impegno primario, quindi, del Cda non è quello di fare del Dea una cattedrale isolata, ma di inserire accanto al Dea una serie di strutture, da costruire o da ristrutturare, al servizio del Dea, ad esso complementari ed in spazi funzionali e vicini, così da evitare l’attuale «pellegrinaggio» dei pazienti e del personale tra luoghi e strutture diverse per fare fronte alla diverse esigenze terapeutiche ed amministrative. Il tutto in un momento storico, che ci auguriamo congiunturale, ma che temiamo si possa rivelare strutturale, in cui lo Stato si vede costretto a chiedere ai cittadini duri sacrifici e, quindi, deve anche stringere la cinghia sui trasferimenti e la Sanità è ormai considerata una sorta di Moloc della spesa ingiustificata e degli sprechi.
 
E’ evidente che per non lasciare l’opera a metà, per mettere il San Matteo in condizione di reggere la concorrenza dei colossi che la vicinanza a Milano rende realmente pericolosa si è dovuto metter mano alla rivisitazione del patrimoni edilizio sanitario e dedicato alla amministrazione interno alla cinta per realizzare le strutture di servizio e complementari al Dea ed alle cliniche che resteranno in funzione. Ancora più comprensibile è il fatto che negli ultimi due anni le manutenzioni abbiano riguardato quasi esclusivamente reparti destinati a restare aperti, come avrebbe fatto qualsiasi «buon padre di famiglia». Un Cda che si accontentasse di partecipare alle riunioni, prendere i gettoni di presenza ed utilizzare l’incarico per fare pubbliche relazioni politiche avrebbe prudentemente finito il Dea, chiesto i finanziamenti per le ristrutturazioni e, ove non fossero arrivati, avrebbe potuto scaricare la responsabilità sul disinteresse di Regione e Governo; un Cda che sente il dovere di continuare la tradizione di struttura di livello internazionale, mettendola anche logisticamente al passo con i tempi nuovi ha, invece, deciso di prendersi la responsabilità di crescere con le proprie forze, pur continuando a chiedere, come è giusto, finanziamenti ed attenzione.
 
Questa scelta è stata illustrata con dovizia di particolari, soprattutto in ordine ai programmi, agli obiettivi finali dal presidente Moneta, oltre che, doverosamente, in tutte le sedi istituzionali competenti, alla cronista che ne ha correttamente dato conto nell’articolo. Ma poteva lo straniero Moneta passare agli occhi della Città come Presidente di un Cda che, in maniera lungimirante, decide di mettersi in gioco in prima persona diventando arbitro del proprio destino e di quello dell’Ente affidatogli, utilizzando risorse che non hanno valore alcuno se non attraverso un loro trasformazione urbanistica? E soprattutto poteva farlo senza chiedere prima il nulla osta all’unico arbitro di ciò che è bene e male in questa città: il direttore del quotidiano locale?
 
Pare proprio di no, così che nel fondo dedicato all’intervista di Moneta il direttore pone, con accenti aulici, una serie di domande che, da Consigliere del San Matteo, mi portano, a mia volta, a farne altre e soprattutto, mi fanno capire che, nonostante la giornalista che segue le vicende della sanità abbia utilizzato fiumi di inchiostro per anni, il direttore dei problemi e dei programmi dell’Ente, che sono stati discussi in moltissime sedi pubblicamente e sempre ripresi dalla stampa, non sa nulla o fa finta di non sapere nulla. Che la linea del giornale non sia favorevole al San Matteo, pur in un giorno in cui il Presidente ha subito quella che si è dimostrata l’imboscata di una intervista che serviva solo a permettere al direttore di scrivere il fondo critico, lo si vede dalla prima pagina in cui, con pari importanza per collocazione e spazio, si pone l’angoscioso interrogativo se aver speso 400mila euro per rifare (come prescrive il contratto di lavoro) la dotazione di divise del personale in una fase in cui si stanno riorganizzando i servizi in vista del trasferimento al Dea sia un atto necessario e, soprattutto, perché prima non si sia consultato il personale che deve indossare i nuovi capi. Pensate quanta nostalgia il personale ha della divisa bianca con il golfino azzurro e questi cattivoni hanno deciso di cambiare colore senza consultare le corsie!
 
Eppure nello stesso giorno era stata data la notizia di una nuova apparecchiatura, di cui esistono pochi esemplari in Italia per interventi innovativi e non invasivi sulle malattie cardiache, sicuramente non solo meno importante del colore delle divise, ma che poteva suonare a lustro di un Ospedale che non se lo merita perché, magari, valorizza quadri medici secondo quello che i dirigenti competenti considerano il loro reale valore e non secondo la vicinanza personale con questo o quello! E il taglio dato alla notizia delle divise ha immediatamente procurato una lettera (letto il giornale la mattina, il tempo di scriverla ed hop, subito sulla pagina delle lettere!) di un precario che lamenta l’utilizzo di una somma simile per le divise, quando ci sono precari che non possono uscire da quella condizione; scritto da una persona che dovrebbe sapere che la precarizzazione dei rapporti in questo quadro complessivo è l’unico sistema per continuare ad avere un rapporto in attesa di stabilizzazione. Percorso di stabilizzazione che l’Ente ha intrapreso ed i cui ritmi dipendono da scelte di livello superiore e non locale! Ma ad una lettera che collega intelligentemente un reale problema che affligge tanti professionisti che lavorano da anni al San Matteo mettendolo in condizione di funzionare alla notizia che sembra pubblicizzare un inutile spreco, attribuendo la mancanza di soluzione ad una sorta di disinteresse dell’Ente, pretendere un commento in questo senso sarebbe stato troppo!
 
Ma veniamo al fondo preannunciato in prima pagina con il titolo «Il Policlinico ed il presidente che fa l’immobiliarista: Il San Matteo non pensa a speculazioni immobiliari protesta Alessandro Moneta. Il presidente però si muove da vero immobiliarista e pensa a costruire case, a vendere la palazzina che ospita anche gli ambulatori dell’Azienda Ospedaliera e mettere sul mercato i terreni di valore. Si siede al tavolo del Pgt ed è pronto a disfarsi del patrimonio ereditato da decine e decine di benefattori per fare cassa. Vendere non rende alla fine un po’ più poveri?». Affermazioni pesanti che partono da una analisi su presupposti falsi o volutamente ignorati.           
 
Prima di porre l’interrogativo angoscioso se «Vendere non rende alla fine un po’ più poveri?» andrebbe valutato cosa si «vende» e quanto «vale» per l’Ente il bene . I terreni adiacenti al Carrefour sono terreni agricoli che fanno parte di una cascina distante quasi un chilometro da cui sono separati da una tangenziale con relative infrastruttura, il carcere, il parcheggio del supermercato, così che il loro valore ai fini della resa agricola è bassissimo per chi le ha in affitto, ma soprattutto rendono all’Ente l’affitto agricolo e devono restare legate al contratto agricolo fino ad un eventuale cambio di destinazione che le svincolerebbe automaticamente. Trasformarli in commerciale renderà il San Matteo più povero? Mah!
 
Il terreno adiacente a San Lanfranco è stato oggetto di una campagna di disinformazione basata sulla falsa notizia che l’Ente voleva costruire decine di appartamenti in fregio (o meglio in sfregio!) al monumento, quando in realtà, da subito, si era aperta una trattativa con il Comune per avere riconosciuta l’edificabilità legata alla superficie fondiaria nel quadro della perequazione così da fare diventare l’area pubblica e ottenere in cambio una area comunale su cui spostare la volumetria. Il suo attuale valore venale, considerati i vincoli paesaggistici del contesto monumentale, è zero, così che cederlo anche senza nulla in cambio non solo impoverirebbe il patrimonio di zero euro, ma farebbe risparmiare all’Ente le tasse che, comunque, si pagano. Scambiarlo con un terreno comunale per utilizzare la volumetria impoverisce o arricchisce l’Ente a prescindere da come la si utilizza?
 
Si commenta così da sola l’affermazione del direttore sulle «proprietà che forse meriterebbero di essere valorizzate diversamente anziché vendute» che non sente il bisogno di spiegarci come lo si può fare se non si prevede lo smantellamento del carcere ed una serie di passaggi di collegamento sotto la tangenziale per ricongiungere le aree del Carrefour alla cascina o di abbattere la Basilica ed il cimitero di San Lanfranco per togliere i relativi vincoli all’area dell’ex Campo Tenti! «E che dire dell’eliporto?». Riportando la frase di Moneta «Eliporto che potrebbe servire non solo al San Matteo, ma anche ai privati», annota critico il direttore: «E quanto traffico ed inquinamento porterebbe a pochi passi dall’Ospedale? E cosa ci guadagnerebbe il San Matteo?».
 
Ritorna immediatamente il vero problema di una città che ha tutte le caratteristiche per giocare un importante ruolo nel futuro, ma guarda sempre indietro, pensa alle brume ed alle atmosfere soffuse che ne hanno caratterizzato la storia millenaria, fa il tifo per l’immobilismo conservatore, più che conservativo (così che appare essere l’unica città lombarda in cui non ha senso ed appare superflua l’iniziativa «Vivere lentamente»!) senza accorgersi che il futuro ha esigenze diverse. Se pensiamo alla Pavia del 2020, quando l’intervento sull’area Neca dovrebbe essere a pieno regime con le sue strutture ricettive congressuali, il campus universitario di medicina in funzione, il Cnao e gli altri Irccs pubblici e privati a costituire la «capitale della salute» (non solo regionale!) come possiamo negare l’importanza di un eliporto che non si limiti al trasporto dei traumatizzati urgenti, degli organi e delle sole esigenze sanitarie, ma serva a tutto il traffico che, ci auguriamo, la internazionalizzazione (al San Matteo già iniziata!) del sistema sanitario-congressuale e culturale potrà portare. D’altronde se il direttore si preoccupa del traffico e dell’inquinamento, sicuramente prevede un grosso sviluppo di quel tipo di traffico, circostanza che da sola ne testimonierebbe la utilità per l’intero sistema città, così che chiedersi di quale utilità rivesta per il San Matteo è per lo meno miope!
 
Il quadro che emerge, quindi, è oggettivamente molto diverso da quello che gli interrogativi del direttore possono fare intendere. In una fase in cui la Città sta discutendo del Pgt che importa necessariamente la valorizzazione di alcune aree, rispetto ad altre i cui valori restano immutati, il Cda del San Matteo ritiene giusto e doveroso proporre alla Amministrazione comunale la valorizzazione del proprio patrimonio per realizzare alcuni progetti complementari al Dea diretti a fare della intera struttura un complesso moderno, con una sua logica d’insieme che non veda più, come succede ora, uffici sparpagliati su un area di decine di migliaia di metri, pazienti costretti alla transumanza tra strutture distanti e scollegate ecc. ecc. Il tutto in un quadro complessivo che vede l’Amministrazione Comunale decisa a privilegiare le aree pubbliche e quelle dismesse con priorità rispetto alle tante aspettative dei privati, così che la valorizzazione del patrimonio fondiario riguarderà anche l’Asm ed i terreni e gli stabili demaniali e comunali.
 
Ma il pregiudizio disinformato (che manifesta evidentemente, per chi sa leggere, il vero motivo per il quale è stato scritto un fondo così critico!) è tutto nella frase: «Chi li costruirà? Con quali regole? I pasticci che abbiamo visto a Punta Est qualche domanda in più la pongono di questi tempi». Una affermazione di malevole pregiudizio che non tiene conto almeno di due fattori, il primo dei quali decisivo. La Fondazione San Matteo è un Ente che, pur di diritto privato, è soggetto alle regole degli Enti pubblici, che pretende che tutto avvenga  con atti e gare pubbliche, nella più totale trasparenza, così che l’accostamento con Punta Est non ha alcun senso, considerato che l’unico momento in cui saranno decisivi i rapporti con il Comune è la fase di approvazione del Pgt che, nel caso del San Matteo, è più che pubblica!
 
La seconda è che, almeno per ora, i «pasticci di Punta Est», in un rapporto tra struttura comunale ed un privato, rappresentano una ipotesi accusatoria di cui è corretto tenere conto, ma che non si possono ancora considerare acquisiti come «pasticci». A proposito di domande, se volessi applicare lo stesso criterio di malevole pregiudizio che è stato usato per Moneta (e, di conseguenza, nei confronti di un Cda che ne sarebbe almeno complice!) sarei tentato di pormene una. E’ evidente, infatti, che un Pgt non può valorizzare aree (trasformare, cioè, suoli senza edificabilità in suoli edificatori) a proprio piacimento, ma deve tenere conto del e esigenze abitative prevedibili rispetto alla edificabilità già presente, così che ogni «valorizzazione» che riguardi aree pubbliche (Policlinico, Asm, Demanio, aree comunali) restringe le possibilità di essere inserite nel Pgt per le aree richieste dai privati. Mi verrebbe da chiedermi (ma non lo faccio perché non sono né malevolo, né uso a retropensieri!) perché tanta critica acredine per chi come Moneta vuole valorizzare le proprie aree per ricavarne risorse da investire in un patrimonio pubblico? Non sarà arrivato sull’apposito sito twitter dedicato alle segnalazioni dei cittadini sulle criticità del «proprio giardino» la lamentazione di qualche immobiliarista privato che teme che l’inserimento di aree pubbliche tenga fuori dal Pgt le sue?
 
L’unica affermazione che mi sento di condividere riguarda la necessità di un più articolato rapporto con la città e con l’informazione nei suoi confronti. Se, infatti, il Policlinico San Matteo è abbondantemente e positivamente presente sui media nazionali, forse anche in misura proporzionalmente superiore a realtà di uguale livello, per evidenti motivi di spazio e di linea editoriale lo è molto meno a livello locale, anche perché non sono frequenti le occasioni di incontri, tavole rotonde, dibattiti per esporre e confrontare piani, progetti, programmi, facendoli diventare patrimonio comune, acquisito e condiviso. E’ un problema che va affrontato con impegno sia perché è giusto e corretto che il Cda, espressione politica delle Istituzioni territoriali, condivida con il territorio le proprie intuizioni ed idee, sia perché i confronti pubblici impediscono le sempre possibili distorsioni delle intenzioni e dei fatti, che non aiutano nessuno.
Dr. Ettore Filippi Filippi
Consigliere di Amministrazione
Irccs Policlinico San Matteo
 
 
L'INTERVISTA AL PRESIDENTE DEL SAN MATTEO ALESSANDRO MONETA (LA PROVINCIA PAVESE DI GIOVEDI' 12 APRILE)

Un fazzoletto di terra tra l’Arsenale e la tangenziale. «Di minor pregio rispetto al rettangolo verde davanti alla basilica di San Lanfranco che è nostro e che cederemmo gratuitamente al Comune in cambio di quest’altra area. Ecco, è qui che vorremmo realizzare il villaggio per i dipendenti e i pazienti che vengono da lontano». Alessandro Moneta, presidente della fondazione San Matteo, dispiega la mappa catastale sulla sua scrivania e punta il dito su un punto verde, un triangolo che si incunea tra la tangenziale, via del Torchietto e via Vivai. «Sia chiaro - avverte - Stiamo parlando di idee che abbiamo illustrato alla commissione Urbanistica del Comune. Aspettiamo una risposta. Ma ci sembra di aver trovato un’attenzione importante da parte di maggioranza e minoranza». Uno scambio di aree, a pari potenziale volumetrico, il recupero del patrimonio immobiliare fatto di terreni e cascine disseminate in tutta la provincia (fatiscenti e in parte disabitate), infine il business in zona Carrefour. Dal ministero fondi per l’edilizia sanitaria non ne arriveranno. Il pozzo è asciutto. E dei 50mila euro promessi a suo tempo dalla Regione, per una partita di giro dallo Stato, non arriverà neanche un centesimo. «Ma qui dobbiamo realizzare gli ambulatori - dice Moneta -. Non è più accettabile far venire i pazienti in questi ambulatori nelle vecchie cliniche. E poi dobbiamo recuperare l’ex palazzina delle Malattie infettive e sistemare la Radioterapia». Servono soldi, molto pragmaticamente. «Ma lo ripeto ancora una volta - qui nessuno vuole speculare. Ma solo creare servizi per quella che anche l’altro giorno Formigoni ha definito non più la città ma la capitale della salute».
 
«Vediamo lo scambio come tendenzialmente positivo - dice il sindaco Alessandro Cattaneo -. Il rettangolo davanti al Tennis Club e vicino alla basilica diventerebbe pubblico, quindi con le relative garanzie che rimanga verde». Nell’area che sorge oltre la tangenziale l’ospedale vorrebbe realizzare case per i suoi dipendenti. «Un villaggio a chilometri zero - dice Moneta - in modo che chi lavora in ospedale abiti anche a breve distanza. E possa pagare affitti calmierati. Potremmo anche metterne in vendita una parte, sempre ai nostri dipendenti ovviamente, con l’edilizia agevolata. E poi pensiamo a un certo numero di mini alloggi per chi arriva a Pavia da lontano per curarsi». Il Carrefour invece dovrà garantire gli incassi di cui l’ospedale ha bisogno. «Anche le cascine dovranno essere ripensate - dice Moneta -. L’attività agricola, dove ancora c’è, sarà tutelata ma verranno recuperate creando servizi, magari scuole specialistiche, residenze per studenti stranieri. Per troppi anni non sono state messe a frutto».
Maria Grazia Piccaluga
 
 
IL POLICLINICO E IL PRESIDENTE IMMOBILIARISTA (EDITORIALE DE LA PROVINCIA PAVESE DI GIOVEDI' 12 APRILE)
 
Non siamo un’impresa immobiliare» dice il presidente del Policlinico Alessandro Moneta. Ancora: «Mi sono sentito offeso quando si è detto che avremmo costruito 300 appartamenti davanti a San Lanfranco». Cosa vuole fare il presidente? Edificare appartamenti da affittare e vendere a prezzi agevolati ai dipendenti (Chi li costruirà? Con quali regole? I pasticci che abbiamo visto su Punta est qualche domanda in più la pongono di questi tempi). E poi, ancora? Vendere terreni dell’ospedale vicino al Carrefour purché il Comune li renda appetibili. Costruire un eliporto che «potrebbe servire non solo al San Matteo ma anche ai privati» (quanto traffico e inquinamento porterebbe a pochi passi dall’ospedale? E cosa ci guadagnerebbe davvero il Policlinico?). Vendere la palazzina degli ambulatori in piazzale Golgi, previa garanzia di poterne trasformare la destinazione.
 
Il San Matteo non è un’impresa immobiliare ma Alessandro Moneta mostra tutte le intenzioni di fare l’immobiliarista. La materia la conosce benissimo: porta il suo nome la legge regionale lombarda del 2005 in materia di urbanistica. E’ deciso il presidente, in occasione del nuovo Pgt, a giocarsi le migliori carte del suo Monopoli, anzi di quello del San Matteo, che ha accumulato proprietà milionarie -miliardarie?- grazie alla generosità dei benefattori. Proprietà che forse meriterebbero di essere valorizzate diversamente anziché vendute. Alessandro Moneta parla di cascine in rovina ma anche lì pensa di portare cemento. Sono i terreni liberi tuttavia, molti ancora colorati di verde, che conviene mettere a reddito. Vendere, monetizzare, costruire. Parole che suonano strano per un ospedale che dovrebbe avere altri impegni e altri fini. A cosa serviranno i soldi recuperati dalle ricche alienazioni? Il presidente parla di ambulatori da fare altrove, di ristrutturazioni necessarie. E di denaro che non arriva più da Roma.
 
L’apertura del Dea intanto slitta ancora di mesi (né Moneta si è speso in molte parole di rassicurazione qualche giorno fa quando, causa guai della Dec, Pavia ha espresso timori per il nuovo ospedale). Le vecchie cliniche sono di fatto dismesse da anni: lo sanno malati e dipendenti che cercano di tirare avanti nell’attesa di un trasloco più volte annunciato come imminente. Ebbene la paura adesso è che si conti di mettere tanti soldi in cassa, e subito, con la vendita dei gioielli di famiglia quando forse si potrebbe investire meglio sul futuro di quel patrimonio per il futuro dell’ospedale.
 
Pavia polo della salute per vocazione (è vero che più della metà del Pil continua ad essere sostenuto da questo settore, ma ormai più per sottrazione di altre ricchezze) si è vista crescere accanto in questi anni nuovi colossi ospedalieri nel Sud Milano verso cui migrano tanti medici e infermieri formati nella nostra università, insieme a molti pazienti di queste parti. Ed è ancora da Milano che viene ora lanciato il progetto di una città della salute che rischia di far dimenticare la cittadella pavese e di impoverire definitivamente il nostro territorio.
Il San Matteo - dice bene Moneta - ha un ruolo pubblico. Il San Matteo è, di certo, nel cuore dei pavesi. Sarà un’operazione immobiliare su vasta scala a rilanciarlo? E’ un tema questo che merita riflessioni e discussioni davvero aperte.
Pierangela Fiorani

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